Canzoni sulle città Europee – seconda parte

The cities of blinding lights
Belfast child

Prosegue il cammino musicale del professore Francesco Pugliese per le città europee. Qui potete leggere ed ascoltare la prima parte

BOLOGNA, Italia

Francesco Guccini – BOLOGNA (dall’album Metropolis, Italia, 1981)

Il grande interprete della canzone d’autore Guccini ha dedicato, nella sua carriera, molte canzoni a luoghi e città, spesso scegliendo, come titoli, dei toponimi (ad esempio, Auschwitz, Statale 17, Primavera di Praga, Asia, Via Paolo Fabbri 43, etc.). In Metropolis, un lp in cui quasi tutte le tracce fanno riferimento a città, Francesco Guccini omaggia anche la sua residenza adottiva, Bologna, con cui il cantautore ha intessuto un legame solidissimo e per la quale è diventato un simbolo. Dopo essere nato e avere vissuto una gran parte dei suoi anni giovanili a Modena (a cui ha dedicato il ritratto colmo di amarezza e risentimento Piccola città), Francesco si trasferisce nel capoluogo emiliano a vent’anni e dunque vive il contatto con la “grande città” con i tipici, piccoli complessi del provinciale che viene guardato con diffidenza dai “cittadini”. Ma Bologna è un viluppo di contraddizioni: è una “Parigi minore”, ma al tempo stesso anch’essa “provinciale”; è “arrogante e papale” e poi “rossa e fetale”; è una “volgare matrona”, ma pure “una bimba perbene”; è una signora che si è arricchita partendo dalla fatica nei campi e tiene bene in mostra “benessere, ville, gioielli e…/salami in vetrina,/ché sa che l’odor di miseria/da mandar giù è cosa seria”. È insomma un luogo che ti accoglie e ti culla tra le sua generose membra di emiliana, ma che non riesce a cancellare le inquietudini profonde che vi si nascondono e che turbano la mente di chi la canta.

PUŁAWY, Polonia

Siekiera – NOWA ALEKSANDRIA (dall’album Nowa Aleksandria, Polonia, 1985)

Tra le tappe del nostro viaggio euro-musicale, la località meno nota è certamente la cittadina polacca di Puławy, 50.000 abitanti nel voivodato di Lublino. Tuttavia, merita la citazione per aver ispirato una splendida canzone firmata dai Siekiera, uno dei nomi più significativi della Nowa Fala (la scena new wave polacca degli anni ‘80), autori di un sound cupo ed essenziale, che rimanda al post-punk di Joy Division e Killing Joke, pur delineando uno stile inconfondibile. Puławy assurge a simbolo di tutti i centri industriali della Polonia e dell’Est Europa in generale, in cui tutto ruota attorno alla fabbrica, o alla miniera. Questa città conobbe un fase di grande splendore culturale nel XVIII secolo, fino ad essere soprannominata “Atene polacca”. Occupata per più di un secolo dai russi, che le imposero in quegli anni il nome di Nowa Aleksandria, dopo i tragici avvenimenti della Seconda Guerra Mondiale, conobbe un significativo sviluppo industriale, in particolare nel settore chimico. È questa la Puławy descritta nel brano dei suoi concittadini Siekiera, un luogo fosco e desolato, sulle cui strade, ogni giorno, una processione di uomini “quasi ancora addormentati” escono a testa bassa dalle loro case “accanto alla fabbrica” per recarsi al lavoro. Forse la scelta del vecchio nome della città come titolo vuole evocare gli schiavi dell’Antico Egitto, simbolo dello sfruttamento più disumano: la “nuova Alessandria” sono tutte le periferie industriali del mondo.

TORINO, Italia

Statuto – QUI NON C’È IL MARE (dall’album Zighidà, Italia, 1992)

Con questa canzone gli Statuto, i maestri irraggiungibili dello ska italiano, chiudono il loro terzo disco, che contiene alcune tra le hit più conosciute della band (prima tra tutte Abbiamo vinto il Festival di Sanremo, con la quale parteciparono effettivamente al Festival 1992, giungendo ultimi). Il legame del gruppo con la natia Torino è assai forte ed è testimoniato dai vari brani dedicategli e dalla passione degli Statuto per la squadra di calcio del Torino, che – al contrario della concittadina Juventus – conta tifosi quasi esclusivamente nel capoluogo piemontese (ed è dunque la “vera” squadra torinese) e in modo particolare nei quartieri popolari. Qui non c’è il mare è il tipico brano in cui l’amore per la propria città si alterna alle critiche, che qui assumono un tono generalmente ironico, pur denunciando problematiche reali. Torino, sede della “fabbrica più grossa d’Occidente” (la Fiat) e dei suoi proprietari angariatori, quando arriva il caldo estivo, non offre scampo ai suoi abitanti, in quanto il mare è distante, le grandi piazze e i larghi rettifili “che portano ai confini” non consentono riparo dal sole, i parchi nei pressi dei castelli “costruiti dai monarchi” sono popolati di “cadaveri” (i tossicodipendenti) e il grande fiume Po è talmente inquinato che fare il bagno è una follia!

BELFAST, Irlanda del Nord

Simple Minds – BELFAST CHILD (dall’album Street fighting years, Scozia, 1989)

I glasvegiani Simple Minds, al colmo del loro successo internazionale, dopo aver scalato, negli anni precedenti, le classifiche di tutto il mondo con hit quali Don’t you (forget about me) e Alive and Kicking, si dedicano, in questa fase, soprattutto all’impegno politico in senso pacifista e anti-razzista, come testimoniano l’aperto sostegno ad Amnesty International e la partecipazione alla battaglia per la liberazione di Nelson Mandela (per il quale compongono il brano Mandela Day). In questo contesto va inserita Belfast Child, una mesta ballata per pianoforte che canta il dramma della guerra civile dell’Irlanda del Nord, all’epoca ancora funestata dal conflitto tra i lealisti protestanti filo-inglesi e i cattolici che chiedevano l’indipendenza dal Regno Unito. Glasgow, la città dei Simple Minds, ha una numerosissima comunità irlandese, dunque, pur trovandosi in Scozia, ha sempre partecipato alle vicende del conflitto nell’Ulster e anche le sue strade sono state teatro della violenza. Risulta quindi ancora più comprensibile e intenso l’urlo di dolore di Belfast Child, in cui la capitale nord-irlandese è fotografata in tutto il suo dramma: lutti dietro ogni porta, strade deserte, pianti di ragazze, presagi di distruzione. Ma un giorno il bambino di Belfast (Belfast Child) tornerà a cantare e allora sarà possibile di nuovo vivere.

SAN PIETROBURGO, Russia

Franco Battiato – PROSPETTIVA NEVSKIJ (dall’album Patriots, Italia, 1980)

Un anno dopo L’Era del Cinghiale Bianco, il disco che aveva sancito la svolta di Battiato dal rock progressivo sperimentale al pop d’autore, e un anno prima del successo strepitoso de La voce del padrone, il cantautore siciliano pubblica Patriots, uno degli album più riusciti tra quelli della sua fase new wave-elettronica. Tra le numerosissime stazioni del suo cammino musicale, che lo ha portato a comporre canzoni ispirate praticamente a ogni angolo del mondo, Battiato fa tappa nella San Pietroburgo dei primi anni della Rivoluzione bolscevica – un periodo di intenso fermento culturale, prima dell’affermazione definitiva di Stalin – con una suggestiva e toccante ballata che rivela la sua formazione musicale classica. La Prospettiva Nevskij è uno dei viali principali di Pietroburgo (che nel 1980 portava ancora il nome di Leningrado), dedicato al condottiero russo Aleksandr Nevskij, le cui gesta sono immortalate in un film del grande cineasta russo Sergej Ejzenštein, che compare nel testo della canzone (“un film di Ejzenštein sulla Rivoluzione”). Nella città ancora insanguinata dalla guerra civile, dove drappelli dell’Armata Rossa accendono fuochi “per scacciare i lupi” (cioè i controrivoluzionari), le avanguardie artistiche convivono fianco a fianco con la religiosità popolare, tra i “Ballets Russes”, Stravinsky, Prokofijev e “vecchie coi rosari”. Un ritratto di San Pietroburgo talmente affascinante da togliere il fiato e da suscitare in noi un desiderio ardente di visitare quei luoghi gelidi.

 

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Do you know that?_Italiano

Laureato in Lettere Moderne, docente abilitato in italiano, latino, storia e geografia. Una grande passione per il Rock Alternativo e, in particolare, per la New Wave dei primi anni ’80, pur non trascurando cinema e letteratura. Ama viaggiare e ancor di più pianificare il viaggio, fantasticando per ore sull’atlante. Trascorre i pomeriggi tra documentari sugli “Anni di Piombo” e servizi televisivi di calcio d’epoca.

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