10 canzoni sul lavoro – seconda parte

Who wanna make tea at the BBC?

Come promesso, ecco la seconda parte dell’articolo del professor Francesco Pugliese sulle canzoni sul lavoro: ascoltatele con il cuore in subbuglio!

Qui potete leggere la prima parte

 

Suicide – FRANKIE TEARDROP (dall’album Suicide, USA, 1977)

I Suicide sono un duo voce-sintetizzatore (uno dei primi ensemble del genere) e sono considerati pionieri della prima scena di elettronica industriale (ossia, la musica che riproduce i suoni ripetitivi e, in genere, opprimenti della fabbrica). Frankie Teardrop è forse il loro titolo più noto, probabilmente a causa del suo testo sconvolgente, che ne fa, a detta di molti critici, uno dei brani più terrificanti della storia del rock. Frankie ha vent’anni, una moglie e un bambino di 6 mesi. Fa l’operaio in fabbrica, un lavoro estenuante e monotono fino all’alienazione, ma che non gli consente neppure di vivere dignitosamente, tant’è che sta per essere sfrattato con la sua famiglia. Non vedendo nessuna possibile via d’uscita, Frankie spara mortalmente al bambino, poi a sua moglie e infine rivolge l’arma contro di sé. Il cantante Alan Vega descrive la tragedia con un distacco quasi da referto clinico, ma è una freddezza apparente, intermezzata da urla laceranti, bestiali. Il tastierista Martin Rev intesse fondali di ossessività da catena di montaggio. Frankie Teardrop è un pugno nello stomaco, tutto il disagio della nostra società concentrato in 10’27’’ e sbattuto in faccia.

Fabrizio De André – UN OTTICO (dall’album Non al denaro, non all’amore né al cielo, Italia, 1971)

Se ne sarebbero potute scegliere anche altre, dal celeberrimo concept-album Non al denaro, non all’amore né al cielo di De André, libera rielaborazione di alcuni episodi tratti dall’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters (una raccolta poetica di epitaffi, in cui gli estinti destinatari, in molti casi, sono identificati con il mestiere che svolgevano in vita), ad esempio, Un giudice, oppure Un chimico. Si è optato per Un ottico, il brano più psichedelico del disco, caratterizzato da uno straniante “gioco di specchi” musicale e da un testo visionario (è il caso di dire…). L’ottico, che nella poesia di Masters prende il nome di Dippold, ha l’ambizione di valicare la sua funzione professionale, regalando ai clienti, attraverso le lenti da lui approntate, una fuga dalla realtà: “…il mercante di luce, il vostro oculista/ora vuole soltanto clienti speciali/che non sanno che farsene di occhi normali (…) perché le pupille, abituate a copiare/inventino mondi sui quali guardare”. Non ci sono dubbi riguardo al riferimento di De André a esperienze con droghe allucinogene (Dippold è definito dal cantautore “spacciatore di lenti”) e questa suggestione è accentuata – come accennato sopra – da soluzioni strumentali genialmente sghembe e ipnotiche. Un esempio mirabile di fusione tra testo e musica.

Bob Dylan – MAGGIE’S FARM (dall’album Bringing it all back home, USA, 1965)

L’influentissimo re del folk cantautoriale americano affronta il tema del lavoro in uno dei lavori più noti della sua discografia, Bringing it all back home, il disco che segna l’apertura di Dylan verso orizzonti rock. Più che un brano sul lavoro, Maggie’s Farm (“La fattoria di Maggie”) è un brano contro il lavoro, inteso come sfruttamento e mortificazione dei sottoposti da parte del Padrone. La fattoria in questione è, da quanto si evince dal testo, un’impresa a gestione familiare, in cui tutti i membri sono soliti umiliare i dipendenti: “è una vergogna il modo in cui Maggie mi fa lustrare il pavimento”, “lui ti passa un decino/ti chiede con un ghigno/se te la passi bene/poi ti multa se sbatti la porta”, “ti mette in faccia il sigaro/solo per il suo divertimento”. Al lavoratore-narratore non rimane che sperare che quel giorno piova, mentre promette a sé stesso: “Non lavorerò mai più nella Fattoria di Maggie!”.

Lucio Dalla – L’OPERAIO GEROLAMO (dall’album Il giorno aveva cinque teste, Italia, 1973)

Il grande Lucio è ricordato da tutti come uno dei principali cantautori italiani, ma, in effetti, incominciò a comporre anche i testi (e non solo le musiche) delle sue canzoni solo a partire dal 1977, dopo quasi 15 anni di carriera in cui si era affidato ad altri (grandissimi) parolieri.
L’album Il giorno aveva cinque teste e i due successivi nascono dalla collaborazione con il celebre poeta sperimentale Roberto Roversi, che dunque firma anche L’operaio Gerolamo, una canzone che, in pochi versi, riesce a esprimere tutta la desolazione della vita dei lavoratori italiani emigrati sia dal Sud al Nord d’Italia, sia nei Paesi dell’Europa settentrionale. Il sole spunta all’orizzonte e l‘operaio Gerolamo s’incammina verso la sua fabbrica a Torino, per poi ritrovarsi la sera, in solitudine, in una squallida osteria. Ed è lo stesso operaio in una baracca scalcinata in Germania e poi in una banlieue parigina, mentre veglia un amico morto sul lavoro. Ed è ancora lui, nella “Malano” dei miracoli e delle promesse, stanco da non avere neppure la forza di aprire gli occhi. Ma è anche il pastore e il contadino che rimane nel suo paese al Sud, sfruttato e distrutto dalla fatica.

The Clash – CAREER OPPORTUNITIES (dall’album The Clash, UK, 1977)

Dati i tempi che corrono, non si può ignorare, nella nostra playlist sul lavoro, il tema della disoccupazione. Un motivo caro alla storica punk (e post-punk) band The Clash, che, cantando i disagi e le ribellioni del sottoproletariato inglese (il chitarrista/seconda voce Mick Jones proveniva dal “ghetto” londinese di Brixton), parla frequentemente, nei suoi testi, di uffici di collocamento, sussidi e lavoro nero. In effetti, Career Opportunities, tra i brani simbolo del loro seminale esordio a 33 giri, più che di disoccupazione subita come una costrizione, tratta dei lavori, in genere piuttosto umili e sottopagati, che gli uffici di collocamento britannici offrono a chi usufruisce del sussidio e che rappresentano una specie di ricatto (chi non risponde alle chiamate perde il diritto all’assegno), anche se vengono presentati dalla propaganda di regime come delle grandi “opportunità di carriera”. La professione, poi, più reclamizzata, per chi non ha conseguito titoli di studio elevati, è quella nell’esercito. I Clash rifiutano con sdegno questa opzione: “Odio l’esercito e odio la RAF (l’aeronautica inglese)/non voglio combattere nel caldo tropicale/odio le regole della burocrazia/e non aprirò lettere esplosive al vostro posto”.

 

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Laureato in Lettere Moderne, docente abilitato in italiano, latino, storia e geografia. Una grande passione per il Rock Alternativo e, in particolare, per la New Wave dei primi anni ’80, pur non trascurando cinema e letteratura. Ama viaggiare e ancor di più pianificare il viaggio, fantasticando per ore sull’atlante. Trascorre i pomeriggi tra documentari sugli “Anni di Piombo” e servizi televisivi di calcio d’epoca.

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