Riscoprire sé stessi: Robinson Crusoe e la sua rinascita

L’acuta mente dello scrittore e giornalista britannico Daniel Defoe giunse a pubblicare, nell’aprile del 1719, l’opera letteraria di maggior successo della sua intera carriera, per la quale venne poi...

L’acuta mente dello scrittore e giornalista britannico Daniel Defoe giunse a pubblicare, nell’aprile del 1719, l’opera letteraria di maggior successo della sua intera carriera, per la quale venne poi universalmente riconosciuto, ossia il celeberrimo romanzo d’avventura Robinson Crusoe. Curioso è osservare come la trama di quello che fu poi considerato il primo dei romanzi moderni trovi ispirazione da eventi realmente accaduti in quel dell’Oceano Pacifico: i fatti narrati fanno infatti parzialmente riferimento alla figura del corsaro Alexander Selkirk, sopravvissuto per quattro anni e quattro mesi, in seguito all’abbandono da parte dei compagni sull’isola deserta di Màs a Tierra, in condizioni di totale solitudine ed autosussitenza.
L’ovvia necessità di aggiungere elementi puramente fantastici ed immaginari all’assetto narrativo, portò Daniel Defoe a narrare una storia simile, ma estesa in un arco cronologico di circa ventotto anni dal giorno del naufragio alla sua definitiva conclusione.
La tecnica narrativa utilizzata da Daniel Defoe è quella del diario, con l’intento di presentare i fatti narrati come la trasposizione autobiografica di eventi effettivamente avvenuti nella vita dell’Io narrante. L’opera si pone nel solco della tradizione illuminista inglese ad essa cronologicamente contemporanea, volendo dare un’impressione apparentemente realistica e razionale alle varie componenti della trama. Parallelamente, essa si indirizzò sui temi favoriti dal pubblico dell’epoca, potendo diventare uno dei primi “best-seller” dell’età moderna.
La trama osserva il suo punto cardine nel periglioso naufragio che coinvolge la nave sulla quale Robinson si trova imbarcato, e dal quale egli è l’unico membro di tutto l’equipaggio che riesce a salvarsi, arenandosi su un’isola desolata e sconosciuta nel mezzo dell’oceano. Fin da subito Robinson è messo dinanzi all’esigenza di provvedere nella sua totalità alla sua sopravvivenza, dovendosi basare meramente sui mezzi offerti dalla natura. In una situazione potenzialmente di estremo pericolo per le sue condizioni vitali, egli deve amplificare e potenziare la sua attitudine mentale, e riuscire a trarre elementi a suo vantaggio da una situazione di primitiva instabilità. Robinson deve tener conto di una natura selvaggia e devastante, che gli concede di usufruire parzialmente della carcassa della nave che si Ë lentamente arenata nei pressi delle spiagge dell’isola. A questo punto, Robinson non può fare null’altro se non che calarsi nella selvaggia realtà naturale dalla quale è circondato, e cogliere, letteralmente, i frutti che essa gli offre. La mano dell’uomo, in tal senso, anche sulla spinta delle idee illuministe che fortemente influenzavano l’autore, finisce per configurarsi come la forza plasmatrice degli elementi naturali, sulla spinta della limpidezza della ragione. L’uomo diventa demiurgo delle cose, capace di edificare un mondo di benessere e prosperità anche lÏ dove i paesaggi, i climi e gli ambienti si siano configurati in modo aspro e feroce. Robinson riesce ad essere stabile in un tempo instabile, e condurre cosÏ la sua umanità ad un livello superiore rispetto ai suoi ex-concittadini, placidamente assisi nei loro salotti e nella loro comoda quoditianità.
Per lunghi anni, Robinson conduce un’esistenza assolutamente solitaria sull’isola, confortata dalla presenza degli animali autoctoni addomesticati. Nella solitudine egli riesce però a trovare uno “stato di grazia”, una condizione spiritualmente superiore, che gli consente non solo di avere una consapevolezza delle cose tale da raggiungere la serenit‡, ma di controllare anche gli eventi che si svolgono intorno a lui.
Punto cruciale della narrazione si riscontra allorquando Robinson scorge sulla spiaggia un’enorme orma umana. Per un uomo ormai avvezzo al più totale isolamento, l’improvvisa conferma di una presenza umana su un’isola selvaggia quale quella interessata dalla narrazione, non può che provocare un senso di forte sgomento. Lo sgomento raggiunge punte di pura angoscia quando Robinson scopre come l’orma in questione sia di derivazione di una comunità di selvaggi che transitoriamente soggiornava sull’isola, dedicata ai suoi culti, basati su pratiche di uccisione dei prigionieri umani, e sulla terribile pratica dell’antropofagia, alias cannibalismo, giudicata nel peggiore dei modi dalla mente razionale ed autarchica di Robinson (tanto quanto, ovviamente, del “retro-autore” Defoe). Anche in una simile situazione egli non si limita ad essere lo spettatore passivo dello scenario che gli si delinea intorno, ma finisce per salvare un uomo dalle mani degli indigeni, pochi istanti prima che prendesse luogo il terribile rito dell’uccisione e il successivo divoramento delle sue carni. L’uomo in questione è colui che sarebbe passato alla storia, letteraria e non, con il nome di Venerdì, come lo avrebbe ribattezzato lo stesso Robinson in onore del giorno del fortuito salvataggio. Fra Robinson e Venerdì inizia a svilupparsi un rapporto di reciproco sostegno e collaborazione, che porta il poliedrico naufrago a riscoprire il piacere della compagnia umana e della filantropia, intesa come la possibilità di veder specchiarsi la medesima umanità nella persona dinanzi a lui. Le ovvie differenze presenti fra i due personaggi, per ambiente, formazione e modus vivendi, finiscono per annullarsi totalmente nella simbiosi alla quale sono destinati dal contesto soverchiante in cui si trovano.
Venerdì incarna il tema, particolarmente caro al secolo dei lumi, del “Buon Selvaggio” – espressione con la quale fu cristallizzato da Jean-Jacques Rousseau – attraverso il quale si osserva un’alternativa al modus vivendi del colonizzatore europeo, rispetto al quale è presentata una realtà, pur primitiva, ma basata su principi moralmente luminosi, quali la generosità, l’altruismo disinteressato e l’amore per la natura. Da questo punto di vista, il connubio fra Venerdì e Robinson fa sì che anch’egli possa far parte in maniera ancora pi˘ armoniosa di questo affresco naturale.
Quando Robinson può finalmente tornare in patria, egli è un “homo novus”, o, più specificatamente, un uomo rinnovato. Ha visto, scoperto, sofferto e dalle ceneri dell’apparente perdizione dovuta al naufragio è riemerso con una maggiore umanità ed un totale controllo di sè. Quasi come in un rapporto di causa-effetto, la vita, accennata, di Robinson una volta tornato nel vecchio continente è la vita del vincente.
Volendo poi analizzare gli esiti successivi alla pubblicazione del romanzo, è innegabile di come l’enorme fortuna dello stesso abbia dato una enorme spinta propulsiva al genere, potendo poi stimolare la scrittura e la pubblicazione di tanti altri romanzi di viaggi e di avventura, che divennero una vera e propria costante durante tutto il corso del XIX secolo.

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Vincenzo Orsi

Studente al primo anno di Economia Aziendale all’Università degli Studi di Basilicata

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