Oltrepassare i limiti: il viaggio come conoscenza

Osservare la storia del genere umano vuol dire tener presenti i continui spostamenti, e i derivati stanziamenti, che da sempre hanno imperversato sulla faccia della Terra. Il viaggio nasce...

Osservare la storia del genere umano vuol dire tener presenti i continui spostamenti, e i derivati stanziamenti, che da sempre hanno imperversato sulla faccia della Terra. Il viaggio nasce lì dove sorge la volontà di spostarsi da parte dei singoli individui, a prescindere dalle condizioni geopolitiche dei luoghi di provenienza. Il viaggiatore in senso moderno, e maggiormente portatore dell’idea “romantica” di viaggio nasce nel 1600, per poi trovare piena valvola di sfogo a cavallo fra 1700 e 1800, quando iniziò a diffondersi fra i ranghi più elevati dell’aristocrazia europea la tendenza a quello che sarebbe passato alla storia come “Grand Tour”. I giovani rampolli della nobiltà internazionale si direzionavano intenzionalmente nei paesi della fascia mediterranea europea (ed in special modo in Italia, dove la Sicilia, Roma e Napoli in particolare assunsero un ruolo guida), per conoscere i luoghi, assaporare i gusti e percepire l’essenza delle antiche civiltà greco-romane. Il Grand Tour si configurava imprescindibilmente connesso all’idea di conoscenza, ed anzi diventava il mezzo per ampliare ed intensificare quanto già appreso sui libri, per osservare praticamente, poter percepire piuttosto che immaginare gli splendori d’Europa. Il Grand Tour fu innalzato e pose le basi per quello che ritengo sia il senso piùpuro e limpido del viaggiare da celeberrimi artisti e letterati, quale, primus inter pares, Johann Wolfgang von Goethe, che ne idealizzò l’immagine nel “Viaggio in Italia”, dove venne esplicata l’idea di una conoscenza non illusoria delle cose del mondo, ma rivolta ad una essenza pura e pratica, quasi pragmatica, delle stesse. Da questo punto di vista, il viaggio diviene quasi un “rituale di passaggio”, il tramite per passare da una pre-esistente condizione di immaturit‡ ad una condizione di superiore maturità e consapevolezza.
Il viaggio, in tal senso (e nella chiave a noi più contemporanea), non deve essere accostato all’idea deformata di “turismo di massa”, ma piuttosto, all’idea di “turismo sostenibile”, ancor prima nell’accezione culturale e sociale che in quella puramente ecologica del termine. Lì dove si voglia conoscere, ed è questo il senso formativo che deve essere proprio del viaggiare, la conoscenza deve essere universale e disinteressata, ossia svincolata da pregiudizi di sorta. E’ lecito dover poi discernere, è legittimo attuare confronti ed osservare le differenze che ovviamente esistono nel mosaico di popoli ed ambienti che compongono la complessità del nostro pianeta, ma nell’approccio primario a culture, con più o con meno punti di contatto con la propria, è bene recepire senza “pre-giudicare”. Non può esistere un giudizio che non sia costruito su una conoscenza approfondita ed anche basata sull’esperienza diretta delle cose. La grandezza del viaggio nasce proprio dalla possibilità di immergersi in culture e modi di vivere differenti dai propri, e capire come rapportarsi ad essi, stimolando l’adattabilit‡ e lo spirito pratico del singolo uomo. E’ questo un retaggio antichissimo, quasi ancestrale dell’uomo, che da sempre l’ha accompagnato e portato a manifestare questo suo sentore. Basti pensare al viaggiatore letterario per antonomasia, l’eroe omerico e viaggiatore universale Odisseo, alias l’Ulisse dei latini, capace di rapportarsi ad ogni ambiente o situazione – anche i più terribili- uscendone sempre vincitore. Nel poema omerico egli fu definito con l’aggettivo che, a mio parere, incarna la vera essenza del viaggiatore, e, più in generale, di chi si rapporti in maniera attiva all’ideale di formazione, ossia “polytropos”, letteralmente “che si volge in molte parti”, o, più comunemente, “multiforme”. E’ in questa antichissima idea di uomo universale che si coglie la chiave di lettura del viaggio: saper conoscere più culture, anche talora in netto contrasto fra di loro, e da esse trarre ecletticamente i punti migliori. E’ così che l’uomo si forma, forgiando la sua mente su ciò che in origine non gli appartiene e può offrirgli strumenti migliori per affrontare la vita. Non è concepibile che il viaggio debba essere una semplice immersione in un flusso dorato di positività e benessere, ma è anzi molto probabile che esso presenti una mixtura di avversità e contrasti. Proprio questi elementi, però, devono fungere da stimolo attraverso il processo formativo. E’ solo attraverso le difficoltà che si plasmano le capacità per poterle superare, immunizzandosi dalla loro eventuale presenza futura, ed ottenendo un essere umano più forte, più abile, più adatto a rapportarsi con cose e persone regolarmente estranee dalla sua quotidianità. Il dinamismo culturale derivante dal viaggiare fisico ha la stessa dignit‡ derivante da un “viaggiare metafisico” quale può essere quanto deriva dalla lettura d’un libro o dalla visione d’un film. In aggiunta quando si viaggia operano attivamente tutti i sensi di cui siamo dotati, potenziati enormemente dall’esigenza di dover vedere, sentire, inspirare nuove vedute, nuovi suoni, nuovi sapori. Il viaggio è il marchio di elezione del curioso, di chi, animato da un’enorme desiderio di apprendere cose nuove per il solo gusto di scoprire quanto ancora egli ignora, si mette in gioco, e decide di oltrepassare i propri confini.
Ed ancora, il viaggio offre un’altra straordinaria particolarità nella capacità costante di autorigenerarsi: ogni viaggio è premessa di un altro viaggio, creando un ciclo continuo, che può favorevolmente diventare un circolo virtuoso. In un certo senso, viaggiare può creare una sempre maggiore dipendenza, che è poi la stessa che attanaglia il bibliofilo, il cinefilo, o chi in generale non ponga limite a quanto più in là possa direzionare la sua mente. Allargare gli orizzonti vuol dire protendere con sempre maggior ardore e maggior tenacia verso di essi, guardare il finito estendersi e diventare parentesi dell’infinito verso il quale, più o meno consapevolmente, anela ognuno di noi.

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Vincenzo Orsi

Studente al primo anno di Economia Aziendale all’Università degli Studi di Basilicata

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