Italiano e social media

Di fronte ai più evidenti fenomeni di trasformazione della lingua, in genere quelli lessicali, l’atteggiamento istintivo di chiunque non faccia parte dei gruppi da cui le singole innovazioni trovano...

Di fronte ai più evidenti fenomeni di trasformazione della lingua, in genere quelli lessicali, l’atteggiamento istintivo di chiunque non faccia parte dei gruppi da cui le singole innovazioni trovano origine per poi irradiarsi è di rifiuto e di biasimo.

A livello popolare, il dibattito linguistico più in voga riguarda gli effetti esercitati sull’italiano dall’utilizzo di massa della messaggistica istantanea e dei social network e dalla conseguente diffusione dell’ipotesto (termine coniato da Elena Pistolesi e con cui si intendono, appunto, i testi di messaggi e post, caratterizzati da brevità, incompletezza, frammentarietà, sottintesi).

Basta una veloce scorsa agli interventi su Facebook per individuare, a colpo d’occhio, tutta una serie di irregolarità di carattere ortografico e sintattico… ed è facile che poi questa abitudine possa riversarsi anche nella stesura di testi “normali”, con l’eventuale diffusione di una forma di analfabetismo funzionale, cioè l’incapacità di un individuo di usare in modo efficiente le abilità di lettura, scrittura e calcolo nelle situazioni della vita quotidiana. Significativa, in proposito, è la difficoltà, da parte di alcuni studenti, a utilizzare, nelle prove scritte a scuola – di italiano, ma non solo – un registro e uno stile differenti da quello di cui si servono nei post sui social o nei messaggi su Whatsapp.

Al tempo stesso, c’è da dire che però i social media hanno coinvolto nella scrittura moltissime persone che, in altri contesti, difficilmente avrebbero avuto modo di scrivere tanto spesso.

In pratica, da un lato chi si dedica a post e messaggi è “costretto” a mettere in pratica nozioni-base di scrittura apprese nell’infanzia e poi accantonate – se non totalmente dimenticate – e dall’altro, senza il controllo esterno di un insegnante e con la fretta necessaria a non rallentare il flusso degli scambi, non si cura delle norme linguistiche, finalizzando il proprio testo unicamente alla comprensibilità per l’interlocutore (obiettivo che, date le premesse, viene a volte mancato).

Gli studiosi non sono concordi su quale giudizio formulare riguardo a questi fenomeni.

Alcune ricerche condotte dall’Università di Calgary, in Canada, suggerirebbero che l’abuso degli sms limiti l’arricchimento del linguaggio e crei difficoltà nel comprendere ed elaborare parole nuove.

Dall’altra parte, invece, vi è chi – come Michele Cortellazzo, docente di linguistica italiana all’Università di Padova – ritiene che la scrittura di sms possa stimolare la creatività: per acquisire un ricco bagaglio della lingua occorre fare ricorso ad altre fonti (libri in primis), ma chi legge e scrive anche sms può contare su uno strumento in più. Altri sostengono che l’uso costante dei social network sia, in realtà, ininfluente riguardo alle capacità di apprendimento, di espressione e di correttezza ortografica.

Di sicuro, di fronte a forme di cambiamento della lingua, non è accettabile una censura basata su criteri del “bello” o del “sacro”.

Personalmente, sono dell’idea che, come afferma il filosofo del linguaggio John Searle, il pressappochismo linguistico rispecchi il pressappochismo delle idee di chi scrive. Anche solo facendo un rapido giro sui social network, appare subito evidente che i post più distanti dalla norma per ortografia, sintassi, punteggiatura e lessico sono quelli che professano idee superficiali, o condividono fake news, seppure in buona fede. La superficialità, l’assenza di educazione linguistica, la difficoltà nel decodificare un messaggio e nel produrlo in maniera efficace non sono nati con i social e non sono esclusiva delle generazioni millennials.

Di fronte a tutto ciò, è evidente che il ruolo della scuola risulti, se possibile, ancora più rilevante, per offrire alle nuove generazioni strumenti adeguati a leggere la realtà in cui sono immersi e per fornirgli quell’educazione linguistica di cui si diceva.
Un’educazione linguistica che permetta ai giovani di acquisire la consapevolezza della varietà dei registri; che punti, certamente, alla correttezza formale, ma senza demonizzare quei fenomeni che sono strettamente correlati alle caratteristiche del mezzo e alle finalità della comunicazione.

 

 

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Laureato in Lettere Moderne, docente abilitato in italiano, latino, storia e geografia. Una grande passione per il Rock Alternativo e, in particolare, per la New Wave dei primi anni ’80, pur non trascurando cinema e letteratura. Ama viaggiare e ancor di più pianificare il viaggio, fantasticando per ore sull’atlante. Trascorre i pomeriggi tra documentari sugli “Anni di Piombo” e servizi televisivi di calcio d’epoca.

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