Breve saggio tra la cattiva scuola del recente passato e la buona scuola di oggi – II parte

Ecco la seconda parte del “Breve saggio tra la cattiva scuola del recente passato e la buona scuola di oggi” scritto per noi dal Prof. Rocco Colonnese. Qui potete leggere...

Ecco la seconda parte del “Breve saggio tra la cattiva scuola del recente passato e la buona scuola di oggi” scritto per noi dal Prof. Rocco Colonnese.

Qui potete leggere la prima parte.

 

Dottrine pedagogiche, spesso antitetiche e contraddittorie, si sono avvicendate, ma non mi pare che si siano susseguite generazioni di portenti. Si è combattuta una guerra al nozionismo ed alla memorizzazione e con essa sono state bandite anche le nozioni (che sono i fondamenti basilari del sapere e delle competenze) il che equivale al buttare con l’acqua sporca anche il bambino; e solo recentemente si è cercato di recuperare la memorizzazione come una facoltà dell’intelletto, che deve essere stimolata e sviluppata. Le nostre stesse primitive, infantili, conoscenze, ora profondamente radicate nell’archivio della nostra memoria, forse che non sono state acquisite grazie a filastrocche, canzoncine, strofette e rime varie insegnateci dai familiari o apprese alle scuole materne? E che dire delle lettere dell’alfabeto e dei numeri e dei saperi pratici, che sono i mattoni basici delle successive acquisizioni cognitive?

Con lo sviluppo della società ed una maggiore sensibilità verso i bambini e gli adolescenti, al magistrocentrismo è subentrato il puerocentrismo, e, nelle scuole superiori, ai contenuti, elencati con vigore di legge nei Programmi Ministeriali, si è contrapposta la preminenza del metodo (“il metodo è tutto!”), come se esso fosse bastevole a supplire all’assenza delle nozioni; alla sostanza, la forma: una dicotomia incomprensibile per la mia generazione perché senza la condivisione delle conoscenza come sono possibili il ragionamento, la riflessione, l’approfondimento, i confronti e parallelismi tra autori e modi di pensare su cui maturare i nostri stessi convincimenti, o alimentare il dialogo fra giovani ed adulti, facendoli incontrare in una dimensione meta temporale e metafisica?

Il gran lavoro imposto già dalle scuole medie, di interpretazione, analisi logica e del periodo, di parafrasi nell’italiano corrente e di traduzione in lingua latina di brani dei testi omerici nella lingua settecentesca del Monti o di antologia di autori latini, soggetto a valutazioni severe e selettive, ci faceva padroneggiare la lingua e rendeva capaci di comprendere gli eventi: lavorando quindi sulle nozioni o contenuti non solo si miglioravano gli aspetti formali dell’esposizione, ma ci si confrontava continuamente con il passato più e meno recente e si sviluppava il nostro mondo interiore, la nostra emotività (si parteggiava per Achille o Ettore) il nostro senso estetico e la nostra etica: in una parola si avviava il processo di crescita e di strutturazione delle nostre coscienze.

Altro bersaglio è stata la lezione tradizionale, (come se i docenti fossero stati degli asettici speaker televisivi, freddi, distanti, privi di emozioni ed incapaci di interrelazionarsi con gli allievi) in nome di tecniche e strategie più accattivanti che possano favorire un più agevole approccio dei giovani ai saperi; ma Cristo di quali stratagemmi si è valso per i suoi insegnamenti? Al massimo il ricorso a metafore e parabole per venire incontro a persone indotte ed analfabete, che sono stati talmente convinti ed affascinati da quelle lezioni frontali da subire il martirio. Ed il loro insegnamento continua ad essere trasmesso da due millenni allo stesso modo ed ancora efficacemente.

Il peccato originale è sicuramente ravvisabile negli anni in cui si è voluto “aziendalizzare” la scuola per renderla produttiva e mutuando dalle aziende i concetti di progettazione, obiettivi, incentivazione, leadership, managerialità, ecc. ;ma se gli obiettivi di un’ azienda, per massimizzare i profitti consistono nel taglio agli sprechi e nella totale commercializzazione dei prodotti, questi non possono essere gli stessi per una scuola che formi realmente, ovvero che strutturi le menti ed i cuori degli allievi. Ciò perché se una scuola volesse comportarsi in modo analogo ad un’azienda, dovrebbe per massimizzare la sua “produzione”, promuovere in automatico tutti gli iscritti e frequentanti; il che implica una serie di dinamiche perverse, a cominciare dal Ministero , che dovendo migliorare le statistiche dei promossi, qualificati, maturati, diplomati e laureati dovrà far pressioni sugli Uffici scolastici ed, a catena, sugli ispettori, dirigenti, docenti perché si attivino per realizzare tali obiettivi per uguagliare i dati degli altri Paesi europei, come in effetti avviene. Nelle Regioni desertificate dalla denatalità e dalla emigrazione, allo scopo di tenere in piedi le scuole scattano altre dinamiche per mantenere i numeri necessari al funzionamento delle classi, alterando positivamente gli esiti, moltiplicando progetti per ampliare l’offerta formativa ed inaugurando meccanismi di persuasione porta a porta o di vera e propria competizione( ne sanno qualcosa i docenti ultimi arrivati, sui quali grava l’onere degli orientamenti.

Ovviamente i dirigenti staranno col fiato sul collo di quei docenti indocili e non proni all’autorità, perché migliorino le valutazioni, colgano i più timidi miglioramenti, comprendano il disagio degli studenti, il cambiamento dei tempi, le crisi dei genitori e delle famiglie, i mutamenti adolescenziali le problematiche connesse alle dislessie, ai bisogni speciali… e quant’altro. Ed i mezzi di persuasione, buoni e meno buoni non mancano, soprattutto con il recente incremento dei poteri dei presidi, che possono beneficiare i loro sostenitori e rendere la vita difficile, assumere docenti a piacimento, prescindendo da graduatorie ed anzianità di servizio, o costringere al trasferimento coloro che non ne condividono tale linea.

Pochi anni or sono ho avuto degli scambi con degli ispettori scolastici che, a proposito degli esiti delle valutazioni, evidentemente ritenuti non sufficienti statisticamente, in confronto agli altri Paesi europei, sostenevano che compito della scuola fosse quello di promuovere gli studenti, specie quelli in difficoltà (omettendo di specificarne la tipologia): lodevole invito alla massima inclusione; ma anche precisando che il compito degli insegnanti, a fronte di alunni sovente apatici, distratti o privi di interessi e svogliati, dovesse consistere nel rimotivarli allo studio: come se una motivazione eteronoma potesse essere più efficace di quella personale ed interiore! E aggiungevano che quando tali alunni avessero difficoltà a comprendere, sarebbe stato necessario adeguare (abbassare) i livelli perché la semplificazione degli obiettivi del corso annuale o la loro riduzione (lo sconto) avrebbe favorito un maggior coinvolgimento ed una migliore resa nelle valutazioni di merito ! Cosicché la scuola anziché elevare e migliorare la cultura globale degli studenti (funzione propria, millenaria ) dovesse ripensare la propria mission, ripiegarsi su se stessa, adattandosi ai non motivati, perché, poi, la società avrebbe fatto la selezione dei più capaci e meritevoli! In breve si raccomandava una totale inversione di marcia, omettendo il dovere costituzionale di fornire a ciascuno le stesse opportunità.

Illuminante, a tal proposito, la lezione, ora dimenticata, della scuola di Barbiana: una pluriclasse della campagna toscana messa su da don Lorenzo Milani, (su cui moltissimi di noi hanno maturato i propri convincimenti), nella quale se un alunno non avesse compreso un argomento, tutti, fermando il loro programma, si dovevano adoperare perché lo acquisisse, perché <la scuola è sempre meglio della merda!> come fu scritto da qualcuno su una parete dell’aula. Non si disdegnava affatto lo studio, la ripetizione individuale e collettiva, la fatica dell’apprendimento quotidiano, talvolta ostacolata anche dai genitori, per potersi attrezzare per il proprio riscatto sociale. E quella scuola era nata per volere del priore allo scopo di recuperare gli “scarti” del tempo, ovvero i pluriripetenti, gli svantaggiati sociali, numerosi specie nelle pluriclassi, perché non si dimentichi che anche nelle scuole elementari esisteva la bocciatura in alcune materie, la ripetenza e poi anche la promozione. Fatica, applicazione, rigore e selezione non si mettevano in dubbio neanche dai maestri santi, perché la vita stessa costava e costa sacrificio, sudore e lacrime; questa era la ricetta, il metodo, il progetto, l’obiettivo e la strategia; e non si può certo dire che la generazione che ci ha preceduto fosse carente di professionisti, scienziati, dirigenti, artisti, intellettuali e politici di grande levatura.

Articolo del Prof. Rocco Colonnese, già docente di Italiano e Storia negli Istituti superiori e Dirigente scolastico in vari comuni lucani

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