Breve saggio tra la cattiva scuola del recente passato e la buona scuola di oggi – I parte

Sono grato agli amici di ETN che in un colloquio di qualche giorno addietro mi hanno invogliato a definire sinteticamente l’attuale stato dell’arte della nostra scuola, i suoi problemi,...

Sono grato agli amici di ETN che in un colloquio di qualche giorno addietro mi hanno invogliato a definire sinteticamente l’attuale stato dell’arte della nostra scuola, i suoi problemi, le criticità riscontrate e le scommesse per fronteggiare le sfide dei tempi e le trasformazioni della società, sulla base della mia esperienza ultraquarantennale, vissuta esclusivamente nel mondo della scuola, nelle più diverse funzioni.

Per non mescolare il sacro con il profano, a chi è uscito di scena non bisognerebbe proporre di “rinnovellare il dolor che il cor preme già pur pensando, pria che se ne favelli” perché significherebbe attivare un disco rotto che perpetuamente riproduce la stessa melodia.

Tuttavia ho speranza che queste personali osservazioni possano avere un valore provocatorio, atto a coinvolgere nella discussione quanti sostengano altri punti di vista

E’ inevitabile perciò che si dia la stura ad un malumore a lungo represso, specie se alimentato dalle testimonianze di chi al presente è ancora in servizio, che si sente disorientato perché in crisi d’identità e desideroso di uscirne fuori quanto prima possibile, nonostante le ultime replicate riforme per rendere possibile una “buona scuola”, anzi forse proprio a causa di esse.

Certamente dagli anni Cinquanta ad oggi è cambiato notevolmente tutto il mondo e con esso la scuola e non poteva essere diversamente, ma il maggior motivo di incertezza consiste nel non capire come poter adeguare la formazione scolastica con le aspettative della società.

Da scolaro e da studente si percepiva nettamente che la scuola serviva a dotarci dei saperi fondamentali per orientarci nella società:< leggere, scrivere e far di conto>; questi gli obiettivi e che avesse avuto difficoltà avrebbe ripetuto la disciplina male appresa o l’intero anno, senza per questo dover ricorrere allo psicologo. In caso d’insuccesso la colpa degli alunni non era messa in discussione, l’autorità degli insegnanti era indiscutibile rispettata, i genitori collaboravano con i maestri nel sostenere le tre o quattro regole di buon senso che sarebbero state utili anche nella vita civile: ubbidienza, educazione, rispetto, studio e merito. Tutti i metodi e le strategie erano finalizzate a tanto… e non era poco. Era forse la scuola di popolo e per il popolo teorizzata da Gramsci ma attuata da docenti formati sotto il fascismo e quindi educati al rispetto delle gerarchie sociali e dell’autorità e perciò generalmente rigidi e severi, senza essere sfiorati da dubbi esistenziali, consapevoli del loro dovere, ribadito frequentemente con il sistema semplicissimo del premio o della punizione.

Non era certo una scuola problematica, né adatta ad affrontare situazioni problematiche o alunni problematici; pur essendo, forse, l’unica istituzione educativa, non si poneva il problema del recupero ovvero degli <scarti industriali> che la scuola meritocratica di stato produceva in abbondanza, anche perché, in piena ricostruzione del secondo dopoguerra, la società era in espansione e si poteva trovare sempre qualche nicchia assistenzialistica nel settore pubblico o un’ occupazione nell’artigianato o nella nascente industria. Anche dopo la Riforma dei Programmi del ’55 che, tra le altre cose, ha favorito l’ introduzione delle attività artistico-espressive, ampliando la base culturale degli allievi per metterne in luce i naturali talenti, nonostante l’esplicito divieto delle punizioni corporali, non erano scomparse dalle cattedre le bacchette; né mancavano docenti classisti che non si peritavano di invitare gli alunni in difficoltà ad andare a zappare la terra , né , tanto meno era possibile ad allievi umiliati da tali esortazioni ottenere giustizia, comprensione o consolazione in famiglia. Fenomeni ora diffusissimi come l’ ipercineticità o la dislessia erano inesistenti o misconosciuti o superati a… suon di musica.

Ma sicuramente gli alunni già sistematicamente sottoposti alle verifiche trimestrali,già selezionati agli esami di licenza elementare, di ammissione alla scuola media ed a quelli per il conseguimento della relativa licenza erano perfettamente in grado di saper leggere, scrivere correttamente, far di conto, e di capire il mondo circostante.
Circa le criticità attuali, non intendo parlare di quanto connesso all’edilizia scolastica ed alla sicurezza nelle scuole, né dell’ inadeguatezza delle retribuzioni del personale, che sono state cause non secondarie del diffuso discredito della categoria (perché oggi non l’essere ma l’avere è la misura del valore delle persone), ma delle filosofie circolanti ora nel mondo scolastico, spesso contraddittorie, che mettono in crisi tutti, disorientando studenti, genitori ed addetti ai lavori.

Buone riforme sono state la Scuola Media Unificata (con qualche perplessità sull’abolizione del latino,che ad onta di ogni sofferenza studentesca concorreva formidabilmente alla piena padronanza della logica, dell’italiano e della lingua straniera) l’introduzione dei Decreti Delegati ( che apriva la scuola alla società ed a forme semplici di democratizzazione) e l’Esame di Stato che ha superato quello nato come sperimentale e provvisorio del ministro Sullo,durato poi oltre vent’anni, basato sull’ accertamento dei saperi in due/tre materia, introducendo tre prove scritte e diverse orali.

Ma poi, uno dopo l’altro, da quando si sono succeduti al Ministero degli apprendisti stregoni, si è sviluppata una sorta di frenesia della riforma delle riforme precedenti, nella speranza forse di passare alla storia, commettendo tanti pasticci e cercando poi rimedi successivi non sempre efficaci ( ad es. si è ipotizzato di eliminare lo studio della storia, poi della geografia, si sono ridotte le ore di diritto, conservate nelle prime classi anziché in quelle del triennio, in cui gli studenti mostrano maggiori capacità attentive e maggiore consapevolezza; ridotte anche le ore di laboratorio nelle scuole tecniche e professionali, nel tentativo di licealizzare questi istituti a detrimento delle competenze specifiche di settore). In questi casi i guasti si sono verificati per mere esigenze economicistiche, perché la Scuola non è ritenuto un settore produttivo ma centro privilegiato di aggregazione sociale ed assistenziale, come se altre istituzioni ( Asl, Ferrovie, Forze Armate, Province) fossero produttive!

Sicuramente gli alti dirigenti ministeriali non hanno mai operato nella scuola ma conoscono solo quella ideale, appresa dalle teorie psico-pedagogiche, ignorando la complessità di quella ordinaria, fatta di mille problemi e specificità, di sacrifici, di mancanza di mezzi,di disabilità e quant’altro. Eppure a sbagliare di meno sarebbe stato utile ascoltare davvero chi quotidianamente lotta sul campo: sottolineo <davvero> e non per finta, al solo scopo di mostrare un’inesistente apertura democratica, mentre in realtà tutto è già stato deciso dai soloni e dai contabili della Pubblica Istruzione!

Articolo del Prof. Rocco Colonnese, già docente di Italiano e Storia negli Istituti superiori e Dirigente scolastico in vari comuni lucani 

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